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CICONE, C. and PIRRÈ, F. - Il rilievo di un monumento dall'analisi alla ricostruzione: due casi a confronto.

AUTHOR 

 
CATEGORY
 
Conference proceedings - “Incontri di Archeologia - Studenti Sapienza", Atti delle Giornate del 27 aprile - 12 e 24 maggio 2018
 
LANGUAGE
 
Italian 
 

ABSTRACT

The architectural survey of an archeological structure, when aimed towards its analytical study, generates a vast amount of remarks, which constitute 'the reading' of the monument. The 'photograph' of today’s condition is followed, whenever is possible, by the interpretation of the ruins on the basis of their remaining traces and, when the data is sufficient, a hypothetical reconstruction. The latter, however, is possible only if the remains are readable enough to suggest the original appearance of the monument, so integrations must follow, based on comparisons with similar contemporary structures.

Our contribution presents two case-studies that have given opposite results: in the first, we will illustrate the study of a structure whose interpretation remains questionable; in the second case, we will analyze an overall legible funerary monument, of which we offer a reconstruction hypothesis.

 

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PDF

INTRODUZIONE

Il rilievo di una struttura archeologica, quando è finalizzato al suo studio analitico, produce un’ampia mole di osservazioni che costituiscono un punto di partenza imprescindibile per la lettura del monumento. Tali osservazioni guidano l’interpretazione dei resti e, se i dati a disposizione sono sufficienti, introducono il problema della ricostruzione (Giuliani 2012).

Lungi dal ribadire ben note questioni di metodo, il presente lavoro intende illustrare due ricerche che, seguendo questa impostazione, hanno dato esito opposto: nel primo caso si illustrerà lo studio di una struttura la cui interpretazione rimane dubbia, sia per quanto riguarda l’articolazione originaria degli spazi, sia per la loro destinazione d’uso; nel secondo caso si analizzerà invece un monumento funerario complessivamente leggibile, di cui è possibile offrire un’ipotesi di ricostruzione.

È evidente come, a fare la differenza, sia ancora una volta lo stato di conservazione dei resti, esito di un lungo passato che ha determinato quanto si sia conservato dell’architettura antica e come. Il quanto e il come condizionano inevitabilmente intelligibilità delle strutture e invitano alla prudenza nell'interpretazione, sebbene qualche preziosa indicazione possa venire dal contesto topografico di riferimento e dai confronti.

 

I RESTI ROMANI PRESSO S. GREGORIO AL CELIO

Nella parte meridionale del Parco di S. Gregorio al Celio, dove la pendice declina verso Piazza di Porta Capena e la via Appia (Fig. 1), si trovano i resti di un vano, a pianta trapezoidale, di cui manca il lato meridionale (Fig. 2). La struttura è caratterizzata da un avvicendamento di fasi costruttive e tecniche murarie, che includono l’opera reticolata, l’opera laterizia e l’opera mista. Essa doveva articolarsi almeno su due piani: il primo risulta oggi interrato quasi fino all’imposta della copertura, mentre il secondo piano si conserva solo sul lato settentrionale.

 

Fig. 1 - Il Parco di S. Gregorio al Celio, foto aerea da Google Earth. Il cerchio indica il posizionamento dei resti.

 

Fig. 2 - I resti romani presso S. Gregorio al Celio, veduta da nord (foto F. Pirrè).

 

La prima fase in ordine cronologico è costituita dal muro che definisce a est la struttura (A; Fig. 3). Nonostante oggi appaia interessato da rimaneggiamenti di epoca moderna, si conservano alcuni tratti della cortina in opera reticolata e la catena angolare in blocchetti della testata settentrionale (Fig. 4).

 

Fig. 3 - Pianta delle strutture (elab. F. Pirrè).

 

Fig. 4 - Dettaglio del muro A con i segni dell’innesto della volta a botte (foto F. Pirrè).
 

In un secondo momento, alla struttura esistente fu addossato un muro in opera reticolata (B; Fig. 3), che attualmente affiora per pochi centimetri sopra l’attuale piano di calpestio ed è rintracciabile lungo il lato settentrionale del vano. La cortina è visibile nella parte inferiore del muro in misura diversa sulle due facciate della struttura: sulla fronte settentrionale per circa cm 10 al di sotto dell’opera laterizia, sul versante opposto appena al di sopra del piano di calpestio attuale, mentre il nucleo in scapoli di tufo si conserva per un’altezza di cm 50-60 (Pacetti e Pirrè 2016: 239).

La muratura in aggetto, che si trova immediatamente al di sopra, costituita da scapoli di tufo giallo e rosso allettati su filari orizzontali, è da riferirsi ad una volta a botte con generatrice est-ovest, posta a copertura del vano. La cortina del muro A fu scalpellata per consentire l’innesto della nuova copertura, la cui luce può essere stimata intorno ai m 2,19 (Fig. 5).

 

Fig. 5 - Dettaglio del muro B con l’impronta dell’imposta della volta (foto F. Pirrè).

 

Il lato settentrionale del vano è costituito da tre setti murari (B, C e D; Fig. 3), di diverso spessore e tecnica edilizia, che si sviluppano in direzione est-ovest con un andamento spezzato da una leggera inclinazione dei muri più occidentali (C e D). Sulla fronte settentrionale il muro B è caratterizzato dall’avvicendamento verticale di due cortine laterizie di diversa fattura, con filari irregolari di mattoni di riutilizzo (Pacetti e Pirrè 2016: 240), separate da una fascia orizzontale che ne è priva e nella quale rimangono incassate le code di quattro mensole di travertino (Fig. 6).

Alla stessa quota di queste ultime, sul versante meridionale, corrisponde l’impronta orizzontale relativa all'estradosso della volta a botte e di conseguenza lo spiccato del secondo piano. I dati a nostra disposizione fanno supporre che i due piani, in cui si articola il lato settentrionale, nel caso del muro B siano frutto di due interventi costruttivi diversi: anche il nucleo cementizio, laddove la mancanza di cortina ne permette l’osservazione diretta, presenta scapoli di tufo nella porzione inferiore e frammenti laterizi in quella superiore.

 

 

Fig. 6 - Prospetto dei muri B e C (elab. F. Pirrè).

 

Il muro C è invece caratterizzato, per tutta l’altezza, da una cortina in opera mista e ha un andamento est-ovest leggermente inclinato verso sud (Fig. 6). Queste caratteristiche, insieme ad altri dati raccolti, lasciano supporre che facesse parte di una costruzione non pertinente al muro B. Attualmente si conserva un solo ricorso di laterizi di color giallo chiaro, composto da dieci filari, per un’altezza complessiva di m 0,60, mentre i cubilia sono delle dimensioni medie di cm 6-7 per lato (Pacetti e Pirrè 2016: 241).

Nella parte superiore il muro è interessato da una serie di tamponature in opera cementizia con grossi scapoli di tufo e in opera laterizia con mattoni di riutilizzo; una di queste, caratterizzata da una muratura irregolare di malta e mattoni, poggia su un blocco di travertino delle dimensioni medie di m 0,20 x 0,50, il quale a sua volta insiste sul giunto tra una tamponatura sottostante e il reticolato (Fig. 7) e va probabilmente ricondotto ad un ripristino effettuato a seguito di un dissesto (Pacetti e Pirrè 2016: 241).

 

Fig. 7 - Muro C, dettaglio della mensola di travertino (foto F. Pirrè).

 

Ad un’altezza di m 2,20 circa sulla cortina sono presenti tre incassi rettangolari riferibili al solaio ligneo di un ulteriore piano; la differenza di quota tra questi incassi e l’estradosso della volta del muro B comprova l’appartenenza di C a un edificio a sé stante, che si colloca cronologicamente tra la struttura in opera reticolata conservata ai piedi del muro B e l’elevato di quest’ultimo: è evidente infatti che C fu costruito a ridosso della testata angolare in blocchetti dell’opera reticolata e poi scalpellato per favorire l’ammorsatura con il tratto in opera laterizia di B.

Infine, ai piedi del muro si conserva parte di un arco, la cui larghezza è stimabile intorno ai m 1,30, di cui rimangono il profilo centinato del reticolato e le impronte dei laterizi della ghiera impresse nel nucleo cementizio (Fig. 8). Dai rilievi del Parker (Parker 1869: Tav. IV) un arco corrispondente si collocherebbe sul retrostante muro D, oggi non verificabile in quanto obliterato da un muretto moderno.

 

Fig. 8 - Muro C, dettaglio della parte inferiore con l’impronta dell’arco (foto F. Pirrè).

 

In una fase finale le due strutture, A-B e C, furono assorbite in un’unica costruzione: per compensare la divergenza di orientamento e la differenza di spessore fu costruito, a ridosso di C, il muro D. Quest’ultimo presenta un paramento in opera laterizia unicamente sulla faccia meridionale: oggi ne risulta privo nella parte inferiore, dove è visibile un nucleo composto da frammenti laterizi; al di sopra  una muratura leggermente aggettante in scapoli di tufo sembra essere il prolungamento occidentale della volta del contiguo muro B (Fig. 9). 

 

Fig. 9 - Prospetto dei muri B e D (elab. F. Pirrè).

 

La parete del secondo piano, sulla fronte meridionale, fa parte di un unico intervento costruttivo che coinvolge i muri B e D (Pacetti - Pirrè 2016: 242). La cortina risulta abbastanza regolare, con mattoni lunghi cm 25-26 e letti di malta spessi cm 2; dove questa manca, il conglomerato è costituito da frammenti laterizi (Fig. 9). Sulla sommità si conserva un breve tratto di muratura aggettante, in malta e scapoli di tufo, probabilmente riferibile ad un’ulteriore volta a botte (Fig. 10).

 

 

Fig. 10 - Muri B e D, dettaglio dei resti della volta superiore (foto F. Pirrè).

 

Lungo il lato occidentale, inglobati nella muratura moderna, si conservano i resti di un tratto di cortina laterizia e di un arco di sesquipedali (E), attualmente visibili solo sulla parete occidentale (Fig. 11). L’estradosso dell’arco risulta essere alla stessa quota dell’imposta della volta del muro B; nonostante la struttura sia stata interessata nel corso dei secoli da dissesti che ne hanno modificato la posizione e l’andamento originari, risulta chiaro che questo muro fosse ortogonale al lato settentrionale; pertanto si può supporre che l’arco costituisse la testata occidentale della volta.

 

Fig. 11 - Muro E, dettaglio della muratura antica (foto F. Pirrè).

 

METODOLOGIA DI RILIEVO

La pianta della struttura è stata realizzata mediante rilievo diretto, con l’applicazione di una poligonale che sfruttava i picchetti della recinzione all'esterno e due picchetti appositamente collocati all'interno del vano.

Il rilievo degli alzati è stato eseguito mediante stazione totale, fotocamera reflex Canon Eos 600D e il software professionale Agisoft Photoscan.

Nel caso dei prospetti l’elaborato fotografico risultava piuttosto lacunoso nella parte sommitale, a causa di una fitta vegetazione che ricopre tuttora il lato settentrionale. Il fotoraddrizzamento non ha pertanto permesso di ottenere un prodotto tale da poter essere utilizzato ai fini dell’interpretazione e della trasmissione del dato; è stato tuttavia strumentale al rilievo diretto, che è a tutti gli effetti il prodotto finale.

 

PROBLEMATICHE RISCONTRATE (F.P.)

Le difficoltà nella comprensione del monumento sono state molteplici sia per la presenza della suddetta vegetazione che ostruisce in più punti le murature antiche, impedendone una diretta osservazione, sia per motivi che prescindono dallo stato attuale di conservazione: si è riscontrata, infatti, una successione di fasi sulla verticale e sulla orizzontale delle strutture, che ne ha obliterato in alcuni casi interi versanti, permettendo, quindi, una analisi solo parziale dei corpi di fabbrica. Le ipotesi formulate mediante i dati ottenuti potranno essere integrate o modificate solo con ulteriori indagini, dal momento che parte del complesso risulta ancora interrata. È evidente che siamo di fronte ad una situazione in cui più strutture, all’origine diverse e a sé stanti, in un certo momento vengono coinvolte da un intervento costruttivo che le unisce e le trasforma in un organismo unitario.

Parker interpretò i resti come un castellum aquae (1869: 19). In particolare, egli documentò la presenza di uno specus che collegava la struttura alle arcate antistanti di un acquedotto, interpretato come una diramazione dell’Aqua Claudia verso l’Aventino, e ad un’altra riserva d’acqua, sita poco più a sud e costituita da cinque ambienti ipogei. In realtà l’analisi del complesso e la ricerca d’archivio non confortano tale interpretazione. Lo specula, di cui oggi non rimane traccia, non è individuabile nelle foto e nei rilievi del Parker, mentre i resti attuali non presentano tracce di cocciopesto o altre condutture per l’immissione e l’emissione dell’acqua, elementi discriminanti per il riconoscimento di strutture idrauliche. Lo stesso Colini (1944: 114-115) dubita della tesi offerta dal Parker, ma la sua interpretazione come resti di abitazioni non può essere allo stesso tempo confermata: allo stato attuale, data la mancanza di elementi caratterizzanti, è impossibile stabilire la destinazione d’uso di questo complesso.

 

IL SEPOLCRO COSIDDETTO “DEI VEIENTI

Il Sepolcro “dei Veienti” è un monumento funerario situato nel suburbio settentrionale di Roma (Ward Perkins 1955: 44-58; Eisner 1986: 136; Turchetti 1986: 210-211; Calci 2005: 557; Le Pera 2010: 89; Cifarelli et al. 2018), oggi compreso all’interno del quartiere Grottarossa - Tomba di Nerone e accessibile dal Parco della Pace (Fig. 12). La struttura si affaccia lungo l’attuale via Veientana che, in corrispondenza del monumento, ricalca un antico percorso stradale diretto alla città di Veio (Nibby 1819: 28; Nibby 1837: 427 - 428; Gell 1846: 441 - 442; Ashby 1927; Ward Perkins 1955; Kahane et al. 1968; Grossi et al. 1983: 142 - 145; Quilici 1989: 451 - 506).

 

Fig. 12 - Il Sepolcro “dei Veienti” visto dal Parco della Pace (foto C. Cicone).

 

Il contesto di riferimento è dunque quello di un mausoleo fatto erigere lungo un tracciato viario che, seppur secondario rispetto alla via Cassia da cui si dipartiva, dovette la sua importanza alla città cui conduceva e ai numerosi complessi produttivo-residenziali che serviva (Fig. 13). 

 

Fig. 13 - Carta tematica delle emergenze archeologiche nei pressi del Sepolcro “dei Veienti” (elab. C. Cicone).

 

Il monumento si presenta come un nucleo in conglomerato cementizio di forma pressoché parallelepipeda, all'interno del quale si apre una camera in opera quadrata di tufo parzialmente conservata. La struttura è orientata SE-NO e versa in uno stato di conservazione fortemente compromesso da spoliazioni, crolli e riutilizzi. Il nucleo è costituito da un calcestruzzo di colore grigio chiaro che presenta una composizione piuttosto omogenea: gli inclusi prevedono prevalentemente scaglie di selce, cui si aggiungono sporadici frammenti di pozzolana nera, tufo e travertino. La porzione inferiore del nucleo, fino ad un’altezza di m 2,80 circa dal piano di spiccato, risulta rientrante rispetto alla porzione superiore, che invece aggetta di m 0,30 – 0,40 raggiungendo un’altezza di m 4,60 circa.

La camera sepolcrale (Fig. 14) è costituita da un ambiente a pianta quadrangolare largo m 2,35, aperto a SE e coperto da una volta a botte. L’interno è realizzato in opera quadrata di tufo, con blocchi di lunghezza variabile, disposti per taglio ed alti circa m 0,60. Nei muri perimetrali della camera si aprono nicchie rettangolari coperte da un arco, che rappresentano una naturale articolazione del nucleo centrale quadrangolare, dovendo ospitare le sepolture. La volta a botte è costituita da undici filari di blocchi disposti per taglio e parzialmente crollati nel lato meridionale.

 

Fig. 14 - Veduta della camera sepolcrale (foto C. Cicone).

 

La nicchia meridionale (Fig. 15) si conserva soltanto per poco più di metà della sua ampiezza originaria, con una profondità di m 0,80 ed una larghezza di m 0,84. Dell’arco rimangono i tre conci che precedono la chiave da destra; di questi, il peduccio è costituito da un blocco dal profilo pentagonale. Tra un concio e l’altro, al livello delle reni, si notano alloggiamenti di forma pressoché triangolare (ampi cm 7 ca.), riconducibili alle operazioni di accostamento dei blocchi in fase di messa in opera, che sono solite determinare dei fori con sezione “a scivolo” lungo il bordo del blocco di attesa (Adam 1988: 53-57; Giuliani 2006: 267-268; Bianchini 2010: 225-227).

Sulla facciavista del primo concio da sinistra è leggibile l’impronta di un foro quadrangolare, all’interno della quale si notano tracce di intonaco. Anche in questo caso potrebbe trattarsi di un segno riferibile alla fase di cantiere, ed in particolare al sollevamento del blocco per mezzo di tenaglie. Lacerti di rivestimento parietale sono presenti anche lungo l’innesto delle volte e tra un blocco e l’altro. I conci dell’arco raggiungono m 1,20 di profondità, determinando una vera e propria volta a botte. Le superfici di tutti i blocchi sono fortemente irregolari e per lo più danneggiate; in alcuni punti restano però evidenti tracce di lavorazione, che consistono in una regolarizzazione a gradina del profilo in facciavista e nella sgrossatura della bugna, che ha determinato solchi verticali e trasversali.

 

 

Fig. 15 - La nicchia meridionale (elab. C. Cicone).

 

La nicchia centrale (Fig. 14) si presenta strutturalmente integra, fornendo così un riferimento dimensionale per la ricostruzione delle altre due: è larga m 1,70 circa, profonda m 0,77 e raggiunge un’altezza massima di circa m 2,50 in chiave. Per la ghiera dell’arco si riscontrano caratteristiche analoghe a quelle sottolineate per la nicchia a sud: alloggiamenti con sezione “a scivolo” sono presenti tra un concio e l’altro al livello del peduccio e delle reni; su entrambi i conci ai lati della chiave è presente un foro di forma pressoché quadrangolare al cui interno si conservano tracce di rivestimento parietale. I blocchi che costituiscono i piedritti dell’arco sono notevolmente lesionati.

La nicchia settentrionale (Fig. 16), come quella meridionale, si conserva in parte, per una larghezza massima di m 1,10 circa ed una profondità di m 0,76. Della parete di fondo resta pressoché integro il quarto filare da terra, costituito da due blocchi sagomati ad arco; su entrambi è leggibile un’impronta di forma pressappoco quadrangolare. Gli altri tre filari, notevolmente danneggiati, si conservano solo in parte. Della ghiera rimangono in opera quattro conci; anche in questo caso, il peduccio è costituito da un blocco con profilo pentagonale. Le tracce di lavorazione riscontrate sulle superfici della nicchia meridionale, qui si intravedono appena. I blocchi che costituiscono il piedritto dell’arco sono particolarmente lesionati lungo lo spigolo.

 

Fig. 16 - La nicchia settentrionale (elab. C. Cicone).

 

Complessivamente, le superfici interne della camera risultano notevolmente annerite.

Il piano di spiccato in travertino è visibile alla base delle nicchie per una larghezza di m 0,80-0,90 (Fig. 17); su di esso si impostano i muri perimetrali. Esso si conserva anche al di sotto dell’interro, verso l’ingresso della camera, per una lunghezza che solo ulteriori indagini potranno definire. La superficie del piano è fortemente irregolare e danneggiata in più punti, ma sopravvivono tracce di lavorazione a gradina. Particolare attenzione meritano i margini interni dei piani: in corrispondenza della nicchia a S è possibile notare la presenza di un battente (cm 2 ca. di altezza per cm 5-10 di larghezza), fittamente inciso da un punteruolo. Lo stesso tipo di lavorazione del blocco si intravede anche nella nicchia settentrionale (Adam 1988: 36 - 41).

 

Fig. 17 - Camera sepolcrale: dettaglio con i piani di spiccato a vista (foto C. Cicone).

 

Il prospetto orientale della struttura (Fig. 12), che costituisce il lato d’ingresso alla camera, conserva ancora in opera quattro blocchi di travertino pertinenti al rivestimento. I blocchi sono disposti per testa e di grandezza disuguale: misurano m 0,90 - 1 in altezza e m 0,60 - 0,80 in larghezza. I piani di stasi del conglomerato risultano per lo più leggibili: se ne contano dodici circa, alti in media m 0,30 - 0,40; la leggibilità dei piani si perde in corrispondenza dei blocchi, la cui messa in opera deve averne alterato la posa. Nello spazio che intercorre tra i blocchi superiori ed i rispettivi inferiori sono presenti ampi e profondi scassi. All'estremità settentrionale, in corrispondenza delle reni del fornice d’ingresso, si nota un piano di schegge di travertino che percorre alla stessa quota (m 3,90 circa) anche il prospetto settentrionale. Sullo stesso lato, un altro piano di travertini è presente ad una quota di m 6,10 circa, in corrispondenza della base del blocco superiore. Anch'esso si conserva alla medesima quota sul prospetto settentrionale, ma solo per un breve tratto.

Il prospetto occidentale (Fig. 18), che affaccia sulla strada, conserva all'estremità meridionale due blocchi marmorei disposti per testa. Sul lato settentrionale restano gli scassi dovuti all'asportazione dei blocchi e numerose altre lesioni. Una, in particolare, corre orizzontalmente lungo tutta la superficie, in corrispondenza della base dei blocchi superiori. Nella zona pertinente al corpo di fabbrica inferiore si notano tre scassi pressoché equidistanti, di forma e dimensioni analoghe. Il profilo della struttura è particolarmente danneggiato lungo la porzione settentrionale del margine superiore e lungo il fianco meridionale.

 

Fig. 18 Prospetto occidentale del monumento. Le frecce segnalano gli scassi nella porzione inferiore del nucleo (foto e elab. C. Cicone).

 

Il prospetto settentrionale (Fig. 19) presenta ancora in opera tre blocchi marmorei disposti per testa e lo scasso relativo all'estrazione di un quarto blocco. I piani di stasi sono per lo più ben riconoscibili e si notano i già citati ricorsi costituiti da schegge di travertino alle quote previste. La zona inferiore ha subito un evidente intervento di restauro che risarcisce il conglomerato fino ad una quota di m 1,70 circa.

 

Fig. 19 - Prospetto settentrionale del monumento (foto C. Cicone).

 

Il prospetto meridionale (Fig. 20) è certamente il più danneggiato: conserva ancora in opera lacerti di un solo blocco dei quattro disposti per testa che caratterizzavano il rivestimento, mentre gli altri tre sono stati asportati determinando profondi scassi. La porzione inferiore del nucleo, dal lato orientale, è completamente priva di calcestruzzo fino ad una quota di m 3 circa: tale lacuna consente di apprezzare il trattamento delle superfici non a vista dei blocchi di tufo, grossolanamente sbozzate in modo da facilitare l’aderenza al calcestruzzo. Nella porzione occidentale si leggono invece interessanti solchi orizzontali, subito al di sotto della parte superiore aggettante, scarsamente leggibili alla stessa quota anche nel prospetto settentrionale.

 

 

Fig. 20 - Prospetto meridionale del monumento (foto C. Cicone).

 

La sommità della struttura (Fig. 21) è piuttosto livellata ma, in corrispondenza dell’angolo NE, si riscontra una concentrazione di calcestruzzo. Il settore meridionale sembra invece interessato da una superficie piuttosto piana. Lungo il margine della superficie si nota una risega che percorre i lati occidentale e meridionale. In corrispondenza dell’angolo nord-ovest è invece possibile notare la presenza di uno scasso più profondo, forse funzionale ad un più agevole recupero dei blocchi del rivestimento o del corpo che doveva costituire il coronamento dell’edificio.

 

Fig. 21 - Il Sepolcro “dei Veienti”: veduta dall’alto (foto C. Cicone).

 

METODOLOGIA DI RILIEVO

La documentazione grafica del monumento è stata eseguita mediante l’utilizzo del rilievo diretto per la planimetria, integrato dal rilievo strumentale e fotogrammetrico per la restituzione dell’elevato, che raggiunge complessivamente un’altezza di m 9 circa.

Il lavoro ha previsto la realizzazione di una pianta, un prospetto del lato d’ingresso e una sezione SE-NO; per gli elaborati finali si è scelta una lucidatura a china, che in questo caso facilita la leggibilità dei grafici.

Una volta messi a punto gli elaborati e l’analisi della struttura, si è proceduto ad una ricostruzione tridimensionale del monumento realizzata mediante il software open source Blender. La ricostruzione si attiene fedelmente ai dati dimensionali desunti dal rilievo e, sulla base di questi, integra i volumi mancanti secondo lo sviluppo minimo ipotizzabile. Tiene inoltre conto delle caratteristiche morfologiche di strutture analoghe coeve, sulla base delle quali si suggerisce l’aspetto di massima.

La ricostruzione tridimensionale è volutamente schematica: l’intento è infatti quello di suggerire lo sviluppo geometrico dei volumi, senza la pretesa di fornire un’immagine realistica del supposto aspetto originario.

 

RICOSTRUZIONE, TIPOLOGIA, CONFRONTI (C.C.)

I monumenti funerari sono tra le strutture che più sfuggono al tentativo di chi vorrebbe classificarle e analizzarne la tipologia. Un ostacolo al procedimento per categorie è rappresentato infatti dalle infinite variabili che concorrono alla realizzazione di un sepolcro monumentale: disponibilità economica e gusto del committente, esperienza dell’architetto, capacità delle maestranze e imprevisti in fase di cantiere, per citarne solo alcune (Von Hesberg 2010: 13). Dallo stato di conservazione, poi, dipende la possibilità di ricostruirne le fattezze: se gli elementi superstiti non sono sufficienti, si è nell'impossibilità di ricondurre i resti ad una tipologia (Stortoni 2008: 55-58). La letteratura ha per lungo tempo utilizzato tale procedimento in funzione della datazione delle strutture e dell’individuazione di modelli di cui si potesse rintracciare la paternità (Eisner 1986; Von Hesberg 1994). A fare le spese di questo meccanismo, come di recente notato (Von Hesberg 2010: 13-19), sono state le caratteristiche peculiari di ciascuna struttura, taciute o solo marginalmente trattate se reputate in conflitto con il modello. Ciò nonostante, l’aver individuato delle macro-famiglie cui poter ricondurre i sepolcri monumentali resta un’operazione utile ai fini di una più verosimile ricostruzione degli stessi.

A fronte dell’esame della struttura, è possibile affermare che il Sepolcro dei Veienti doveva essere scandito in almeno due corpi di fabbrica: il corpo inferiore doveva misurare m 2,80, mentre il corpo superiore arrivava a m 4,60 di altezza. Le impronte leggibili sulla sommità del nucleo consentono di ipotizzare tuttavia la presenza di un terzo corpo a coronamento della struttura, di cui non è possibile immaginare le fattezze. Il rivestimento, in opus quadratum, doveva rimarcare l’articolazione dei corpi di fabbrica: a tal proposito, è possibile formulare due ipotesi di ricostruzione sulla base delle impronte residue nel conglomerato e degli esempi di architettura funeraria coeva.

Una prima ipotesi (Fig. 22) prevede un’articolazione del rivestimento a dadi rientranti, con uno zoccolo aggettante per il corpo inferiore ed una superficie piana o variamente decorata per il corpo superiore, cui si può immaginare sovrapposto un terzo dado, un’ara o un’edicola. Una seconda ipotesi (Fig. 23) vede uno sviluppo più regolare dell’alzato, con un volume di forma parallelepipeda i cui corpi di fabbrica sono scanditi da cornici marcapiano verosimilmente aggettanti.

Le impronte che consentono di immaginare tali possibili articolazioni sono essenzialmente quelle individuate nel corpo inferiore della struttura, rientrante rispetto al corpo superiore perché verosimilmente rivestito da blocchi particolarmente sviluppati in profondità o tutti disposti per testa. Indicazioni più precise circa l’ingombro del corpo inferiore potrebbero venire soltanto da un sondaggio al livello delle fondazioni, che fornirebbe dati dimensionali imprescindibili. Le riseghe orizzontali individuate sul prospetto orientale a quota 2,80 m sembrano conformi all’alloggiamento di una cornice, al di sopra della quale è facile immaginare un rivestimento costituito da quattro o cinque filari di blocchi, dei quali due o tre disposti per taglio e intervallati da filari con blocchi disposti alternativamente per testa e per taglio. La risega che percorre i margini della sommità della struttura è riconducibile all’alloggiamento di una ulteriore cornice che forse separava il corpo superiore dal coronamento.

Il Sepolcro dei Veienti non è certo un unicum nel panorama dell’architettura funeraria: si conoscono numerosi esempi di strutture simili. Se ne citano di seguito due esempi particolarmente significativi provenienti dai dintorni di Roma. Il primo è un monumento rinvenuto nei pressi di Guidonia, in località Casacalda, del tutto simile al Sepolcro “dei Veienti” quanto a dimensioni, articolazione planimetrica e rapporto con la viabilità; la struttura è datata tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C. (Mari 1991: 131-132; 2010: 72-73). A Monte Porzio Catone è sita invece la cosiddetta “Casaccia”, un sepolcro monumentale inquadrabile tra la tarda Repubblica ed i primi decenni dell’Impero, di dimensioni quasi doppie rispetto al Sepolcro dei Veienti ma con un impianto analogo (Valenti 2003).

Sulla base di quanto descritto e dei confronti illustrati, sembra possibile ricondurre il Sepolcro dei Veienti ad una tra le tipologie ad altare, a edicola e a torre (Mansuelli 1963: 170-202; Eisner 1986; Von Hesberg 1994; Gros 2001); le ragioni di tale incertezza sono dovute alla scomparsa del corpo superiore che coronava la costruzione: non sappiamo infatti se si trattasse di un’appendice naomorfa, di un’ara o di un ulteriore parallelepipedo (Gros 2001: 392).

I dati finora descritti confermano per il monumento una datazione compresa tra il I sec. a.C. ed il I sec. d.C.

 

Fig. 22 - Ricostruzione tridimensionale del monumento in base alla prima ipotesi formulata (elab. C. Cicone).

 

Fig. 23 - Ricostruzione tridimensionale del monumento in base alla seconda ipotesi formulata (elab. C. Cicone).

 

BIBLIOGRAFIA

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