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PERRA, M. and LAI, L. - La tomba preistorica di Bingia ʼe Monti di Gonnostramatza: per una revisione delle fasi archeologiche e della loro cronologia

AUTHOR

Mauro Perra

Luca Lai

CATEGORY

Article

LANGUAGE

Italian

ABSTRACT

The underground-megalithic tomb at Bingia ’e Monti was discovered by Enrico Atzeni in the fall of 1990, and underwent the first explorative test excavation carried out by Alessandro Usai. In 1991 it was excavated by Mauro Perra under Enrico Atzeni’s scientific supervision. The burial structure, of a hypogeic-megalithic type, features a back room hewn in the soft marl, preceded by an ante-chamber encircled by four massive basalt pillars, flanked by small walls made of middle- and small-sized masonry, over which basalt roofing blocks are arranged inwards in sharp protrusion. The entrance to the tomb has collapsed in ancient times. The recorded layers revealed that the tomb had been built between the Middle and Final Copper Age and was later reused in the initial phase of the Bronze Age. In this contribution, a revision of the sequence of archaeological phases of the tomb is set forth, accompanied by the radiocarbon dates that are so far available, and a comment on their consistency relative to the phases identified through material culture.

 

_______________________________________________________________

PDF

 

LA STRUTTURA DEL SEPOLCRO

La tomba I di Bingiaʼe Monti, localizzata a circa 2 km in linea d'aria a SO del moderno abitato di Gonnostramatza (OR), sul versante acclive di un tavolato basaltico i cui versanti settentrionali digradano verso la valle del Rio Mogoro, fu individuata da Enrico Atzeni nell'autunno del 1990 (Fig. 1). Sulla sommità del medesimo plateau sono presenti tracce di un esteso insediamento di facies Monte Claro e i resti del nuraghe omonimo (Atzeni 1998), il quale in quel periodo era in corso d'indagine. Lo scavo del nuraghe venne temporaneamente sospeso al fine di praticare un sondaggio preliminare nella tomba durante lo stesso anno 1990.

 

Fig. 1 - Cartina con posizionamento topografico del sito di Bingiaʾe Monti (elab. L. Lai).

 

La struttura del sepolcro è di tipo misto, semi ipogeico, con una parte antistante (anticella A), di forma irregolarmente quadrangolare, delimitata da quattro piedritti in basalto uniti ai lati da muri in leggero aggetto costruiti mediante l'utilizzo di blocchi di marna, coperti a loro volta da lastroni di basalto in forte aggetto. La cella di fondo (B) è invece scavata nella roccia marnosa e presenta una stesura in pianta di forma irregolarmente rettangolare. L'ingresso alla struttura funeraria non si è conservato, avendo ceduto forse a causa del terreno molto acclive su cui era ricavata la tomba, oppure a causa del probabile riutilizzo dei suoi elementi lapidei nella costruzione della poco distante tomba II, una tomba di giganti nuragica molto rimaneggiata, indagata con la collaborazione di Remo Forresu e ancora inedita.

 

LE FASI ARCHEOLOGICHE E LA STRATIGRAFIA (M.P.)

Nella precedente ricostruzione della seriazione stratigrafica del sepolcro di Gonnostramatza si è sostenuto che si articolasse sostanzialmente in tre distinti momenti: una fase antica relativa alla facies Monte Claro, durante la quale sarebbe stata costruita la tomba, un orizzonte Campaniforme ed un'ultima fase relativa al Bronzo Antico 1 di facies Corona Moltana di Bonnanaro (Atzeni 1998). In questo contributo si presenta una revisione e descrizione della stratigrafia sulla base della documentazione di scavo e dei cartellini dei resti umani (Figg. 2, 3); questa in qualche dettaglio rimane di difficile ricostruzione a tanti anni di distanza, dovendosi utilizzare interpretazioni e documentazione basate sulla visione immediata della situazione di ormai trenta anni fa. Tuttavia, essa consente di proporre un'articolazione in almeno quattro periodi: due fasi campaniformi, una Bonnanaro ed una S. Iroxi. Si dubita inoltre della presenza di una fase Monte Claro che appare piuttosto evanescente. Rispetto alla precedente interpretazione si riconosce un contesto S. Iroxi (Bronzo Antico 2), distinto dall'orizzonte Bonnanaro sulla base della sovrapposizione degli strati e sulla base dei reperti ivi rinvenuti. L'articolazione in due fasi dell'aspetto Campaniforme si basa sulla distribuzione spaziale e sulla tipologia dei reperti.

 

 

 

Fig. 2 - Planimetria e sezione stratigrafica schematica della tomba di Bingiaʽe Monti (da Atzeni 1998, rielaborazione di M. Perra).

 

 

La sequenza degli strati di utilizzo del sepolcro megalitico si articola pertanto in diversi periodi per una potenza di circa 2 metri.

Fig. 3 - Diagramma stratigrafico della tomba.

 

La US 1 è lo strato di colluvio che copriva la roccia naturale, il crollo recente della tomba (US 3) ed il cosiddetto "nido dei crani" (US 4: quota relativa m - 1,00). La US 2 è stata eliminata in quanto ridondante. La US 4 è definita da una sorta di cista, originariamente coperta da uno o più lastroni, delimitata da blocchi di basalto disposti a coltello e dalla roccia naturale. All'interno della cista, immersi nella US 4, sono stati rinvenuti circa una cinquantina di crani accompagnati da rare ossa lunghe, sovrapposti in almeno due livelli (Fig. 4). La US 5, che inizia sotto la US4 presso i pilastri di accesso alla cella B e si estende principalmente all’esterno della cista (q.r. -1,25), è lo strato di terriccio sul quale giacevano i resti scomposti di diversi individui (sono stati contati al momento dello scavo almeno 8 crani). Un solo individuo (n. 52; Fig. 5) conservava parzialmente i resti del torace, del braccio destro e del cranio, ed era accompagnato dal vaso a colletto, biansato, con anse a gomito e presina (Fig. 7, f).

 

Fig. 4 - Veduta della US 4 (foto M. Perra).

 

Fig. 5 - Veduta della US 5 e dell'individuo n. 52 (foto M. Perra).

 

La US 6 era coperta dalle UUSS 4 (nella cella B) e 5 (dietro i pilastri e nell’anticella A) ed era costituita da un terriccio sciolto nel quale erano immersi i resti scomposti di diversi individui. Due di questi (nn. 71 e 76) giacevano rannicchiati sul fianco sinistro con le mani protese sul volto (Figg. 6 e 8; q.r. -1,40). L'individuo n. 71 ha restituito presso le ginocchia un piccolo bicchiere (Fig.7, g). A varie quote dello stesso strato sono stati recuperati frammenti di dolio di facies Monte Claro decorati a scanalature. Dal medesimo strato provengono due vasi tripodi frammentari (Fig. 7, a, c) e tre scodelle (Fig. 7, b, d, e). Durante lo scavo sono stati recuperati numerosi vaghi di collana in conchiglia a rondella forata e difese di cinghiale. L'individuo n. 71, deceduto a circa 35 anni d'età, era alto 1,66 m e le ossa dei piedi erano interessate da processi di artrosi. L'individuo n. 76 era dolicocefalo ed è deceduto all'età di circa 25 anni (Floris et al. 2011: 187).

 

Fig. 6 - US 6. Individui nn. 71 e 76 della US 6 (foto M. Perra).

 

Fig. 7 - I vasi della fase Bonnanaro e campaniforme (da Atzeni 1998).

 

Fig. 8 - US 6 con l'individuo n. 71; US 7 a destra e US 9 in basso (foto M. Perra).

 

La US 7 era coperta dalla US 6 (Fig. 8; q.r. -1,70) ed era costituita da uno strato argilloso quasi sterile nel quale erano immersi, alla base, scarsi resti ossei e blocchi di basalto di medie dimensioni, forse pertinenti al momento più antico del crollo della tomba. Una sigillatura intenzionale delle deposizioni campaniformi sembra da escludersi per la mancanza di coerenza nella disposizione dei blocchi.

La US 7 copriva la US 9 (letto funerario in argilla q.r. -2,05) e le UUSS 8a (cista a destra dell'anticella) e 10a (cista in posizione centrale nella cella), entrambe coperte da un lastrone piano in marna (UUSS 8b e 10b; Figg. 11-13). La distinzione tra UUSS 8a e 8b, 10a e 10b si è resa necessaria in sede di esame e revisione dei dati del giornale di scavo, in quanto la struttura lapidea e il contenuto della cista non avevano avuto, in sede di scavo, distinti numeri US.

Mentre la cista 10b era precedente, la cista 8b poggiava sulla US 9, così come la US 12, un lastrone presso il lato sinistro dell’anticella che tuttavia non costituiva alcuna cista come invece le UUSS 8a e 10a. Quest’ultima giaceva sopra la US 11, uno strato di disfacimento di marna arenacea identificato soltanto nella cella B, e sulla US 9, che a sua volta copriva la US 11.

Dalla US 9 provengono diverse ceramiche lisce e decorate e manufatti in metallo, litici, in osso e avorio (Figg. 7, 1-7; 9-10 e 12). Dalla US 9 (sulla sua superficie) provengono diversi frammenti di ceramiche scanalate relativi a situle Monte Claro.

 

 

 

Fig. 9 - I vasi decorati della fase Campaniforme recente (da Atzeni 1998).

 

Fig. 10 - Elementi di corredo delle fasi Campaniformi recente ed Epicampaniforme (da Atzeni 1998).

 

Fig. 11 - Le ceramiche restaurate del Campaniforme recente (foto M. Perra).

 

Fig. 12 - Il collare in elettro presso gli individui 120 e 121 (Foto M. Perra).

 

Fig. 13 - La cista US 10, il collare in elettro e le ceramiche del Campaniforme recente. A sinistra, ai piedi del blocco ortostatico, sono visibili frammenti di situla Monte Claro (foto M. Perra).

 

Scoperchiate le ciste UUSS 8a e 10a, sono state recuperate solo parti di resti scheletrici relative ad ossa dell'avambraccio, vertebre, mandibole ecc., accompagnate da punte di freccia ad alette sia in selce sia in ossidiana e da microliti a semiluna (Fig. 13, US 10a). Tali reperti all’interno della cista US 10a si trovavano in un terriccio fine di deposito (US 15) poggiante su un acciottolato (US 16), mentre le UUSS 18 e 13 sono i depositi di terriccio uguali alla US 15, sul lato sinistro e destro all’esterno della cista US 10b, che coprono a loro volta la US 9. Gli inumati rinvenuti al di fuori delle ciste non si presentavano in connessione anatomica, segno di un rituale di deposizione secondaria come quello attestato nelle ciste. Il cranio 120 è relativo ad un individuo di sesso femminile molto vecchio che si accompagnava, insieme all'individuo 121, al collare in elettro rinvenuto nella cella sul fianco sinistro della cista US 10a (Floris et al. 2011: 187; Fig. 13; analisi metallurgiche in Atzeni et al. 2005: 178-79, fig. 64). Nella cista US 8a, si è presentata una situazione analoga, ma con due lastroni di copertura distinti (UUSS 20 e 21): il primo copriva uno strato di terriccio sciolto che conteneva i resti ossei e i reperti (US 19), a sua volta situato sopra un acciottolato analogo alla US 16 (US 19b); il secondo copriva la US 9 (dapprima chiamata US 22, eliminata in sede di revisione della stratigrafia perché ridondante, proprio in quanto perfettamente corrispondente alla US 9 al di fuori delle ciste).

La US 14.a, che copre la US 11, era costituita da una piccola massicciata – costruita con pietre di marna e basalto, ceramiche scanalate Monte Claro ed ossa umane cementate, a fondazione del piedritto di sinistra dell’ingresso alla cella B (tale massicciata implica il taglio, non distinto in origine: per questo, la prima è qui definita 14.a e il secondo 14.b).

È utile precisare che in tutti gli strati, da quello di colluvio fino alla US 9 e all’interno delle ciste, sono stati rinvenuti frammenti di pareti e orli di situle di facies Monte Claro.

La US 4, ovvero lo strato di riempimento della parte alta della cella B, che conteneva il cosiddetto “nido di crani”, era quasi privo di reperti ceramici mentre la US 5 ha restituito un vaso a colletto (Fig. 7, f), che sia per la posizione stratigrafica sia per la forma può essere attribuito alla facies di Sant'Iroxi di Decimoputzu (Bronzo Antico 2, Ugas 1990). I confronti più convincenti si possono proporre con i reperti rinvenuti nell'ipogeo in associazione con le spade in rame nello strato relativo alla facies omonima, come quelli rappresentati nella tavola XXII, 6,7,9 (Ugas 1990). Altri confronti possono essere estesi ai reperti provenienti dal nucleo più antico della tomba di Li Lolghi di Arzachena (Ferrarese Ceruti e Germanà 1978, tav. V,5), dalla domu de janas IV di Fanne Massa di Cuglieri (Ferrarese Ceruti e Germanà 1978, tav. XXI, 1), dallo strato S. Iroxi della domu 10 di Montessu di Villaperuccio (Perra 2013: 82-83, fig. 48), dalla grotta di Su Moiu di Narcao (Ferrarese Ceruti 1981, fig. 39).

I sei vasi rinvenuti nella US 6 trovano facili confronti con i contesti isolani di facies Bonnanaro (Bronzo Antico 1, circa 2300-2000 cal. BC). Fra i siti più significativi vi sono l'ipogeo di S. Iroxi, nel cui strato di fase Bonnanaro sono stati recuperati diversi vasi tripodi dei quali uno è simile al tripode di fig. 7, a (Ugas 1990, tav. XXIV, 1) e al tripode rinvenuto nella tomba di Murisiddi a Isili (Perra 2013b, Fig. 4, 3). Accostabile alla stessa forma carenata è il tripode proveniente dagli scavi della tomba di Is Calitas di Soleminis (Manunza 2005: 159). In questa sepoltura lo strato di facies Bonnanaro è stato datato fra 2290 e 1901 cal. BC (Manunza 2005: 143, ricalibrata).

Il frammento di tripode di figura 6, c presenta, appena sotto l'orlo, un'ansa a gomito di tipica fattura Bonnanaro. La scodella troncoconica di figura 6, d è confrontabile con la forma simile dalla grotta di Capo Pecora di Arbus (Ferrarese Ceruti, Germanà 1978, tav. XXIV, 1) e dalla tomba di Is Calitas (Manunza 2005: 152).

I reperti ceramici, litici, metallici, in avorio e osso rappresentati nelle figure 7,1-7 e 9-10 sono da attribuire alla facies Campaniforme. Di tale contesto si può proporre una lettura della loro distribuzione spaziale articolata in due fasi delle quali la prima fase rinvenuta nella cella B e nell'anticella A a destra presso il piedritto che le separa (Figg. 11, 13) e la seconda nell’accesso all’anticella A (Fig. 14). Le due fasi sono state riconosciute sulla base della differente giacitura spaziale e, per quanto entrambe riferibili alla US 9, si distinguono nettamente da un punto di vista tipologico.

 

Fig. 14 - In primo piano le ceramiche inornate dell'Epicampaniforme sulla fronte della tomba (foto M. Perra).

 

Dalla cella B, ricavata nella roccia marnosa, sono stati recuperati i tripodi decorati nn. 1 e 2 di figura 9 e il tripode inornato n. 3 di figura 7, nonché il boccale in ceramica comune (begleitkeramik) n. 4 di figura 7, tutti disposti sul fianco destro della cista US 10a, dove sono stati evidenziati 3 crani più ossa lunghe scomposte (118, 119, 122). Sempre nella cella di fondo, a ridosso della cista 10, venne rinvenuto un brassard a sei fori (Fig. 10, 5), mentre dal fianco sinistro della stessa cista proviene il collare in elettro posto accanto ai crani 120 e 121 (Figg. 10, 1; 12-13). Alla prima fase Campaniforme A appartengono anche il piccolo pugnale di tipo Ciempozuelos n. 7 di figura 10 e bottoni emisferici con perforazione a V (Fig. 10, 13).

Il repertorio vascolare decorato comprende tre vasi tripodi e un vaso en tonneau decorato a triangoli e zig-zag che richiama per la forma il recipiente della grotta I di Corongiu Acca di Villamassargia (Atzeni 1995, fig. 30, 5) e quello dalla tomba IV di Locci-Santus (Atzeni 1995, fig. 12). Tra le ceramiche è compreso anche un bicchiere decorato in stile epimarittimo (Fig. 9, 4).

La seconda fase, che dobbiamo pensare pertinente a un momento cronologico successivo ma non molto distante dalla prima (ovviamente indistinguibili sulla base delle datazioni radiometriche), ha restituito tre vasi in ceramica comune inornati, fra i quali un tetrapode e una ciotola con ansa a gomito con rilievo asciforme associati al cranio 91 e un boccaletto (Fig. 7, 5-7). Il boccaletto richiama, pur non essendo identico, i boccaletti della fase B dell'ipogeo di Padru Jossu di Sanluri (Ugas 1998) e della collezione Doneddu nel Museo di Villa Sulcis di Carbonia (Atzeni 1995, fig. 25, 3). In ambito extrainsulare il boccaletto è in tutto simile alla forma rinvenuta nella tomba campaniforme di Cà di Marco di Brescia (Cornaggia Castiglioni 1971, tav. XVIII, 1; Tirabassi 2001). La ciotola con ansa a gomito è il segno più evidente di un orizzonte cronologico prossimo alla prima fase del Bronzo Antico 1 (facies Bonnanaro) ed è simile alla ciotola rinvenuta nello strato funerario della tomba di Murisiddi (Perra 2013b, fig. 4, 1). Dalla seconda fase Campaniforme sono stati recuperati il pugnale tipo Ciempozuelos n. 6 di figura 10, in tutto simile a quello della Collezione Doneddu (Atzeni 1995, fig.18, 4), il bottone en tortue con perforazione a V n. 9 della figura 10 ed una zanna di cinghiale.

 

LE DATAZIONI RADIOMETRICHE (L. L.)

Il sito di Bingia ’e Monti è stato collocato nel suo contesto culturale in occasione dello scavo, ma nessuna datazione assoluta era disponibile fino al 2011, quando sette datazioni complessive sono state ottenute nell’ambito di un progetto di indagine sull’ecologia e dieta delle popolazioni della Sardegna tra età del Rame ed età del Bronzo presso i laboratori CEDAD di Lecce e ORAU di Oxford[1]; a queste se ne è aggiunta una nel 2016, effettuata presso il laboratorio dell’Università di Heidelberg[2]; tutti dati sono in Tab. I.

La sequenza stratigrafica è stata chiarita in modo accurato dalla documentazione di scavo, al di là degli schemi già pubblicati e di eventuali interpretazioni al di fuori di questo contributo; pur non potendosi escludere l’infiltrazione tra strati di reperti di piccole dimensioni, la sostanza della situazione deposizionale è di chiara leggibilità. I reperti selezionati per le analisi sono stati scelti per la loro collocazione in contesti chiari, definiti da cartellini, per garantire l’affidabilità stratigrafica. Non si hanno indicazioni che eventuali slittamenti di materiali dovuti all’erosione della parte frontale del monumento abbiano interessato le porzioni di stratigrafia da cui sono stati selezionati i campioni, poiché non si trattava di porzioni di depositi superficiali[3]. I campioni sono:

 

- cranio 118-119: elementi scheletrici in deposizione secondaria all’interno della cella B, nella US 13, ovvero la zona C a destra della US 10, q. 1.75, che si appoggia alla US 9 dell’anticella alla quale si appoggia anche la US 11 (ovvero lo strato di marna arenacea franata dalle pareti e in disfacimento che riempie i materiali campaniformi giacenti sopra la US 9):

- frammenti ossei che sulla base della quota -2.38/ -2.44 e della collocazione all’ingresso della cella B, sono da attribuire alla US 9, la quale si appoggia alla cista 10b e sulla quale si colloca la cista 8b.

- cranio 105m e cranio 106, nella US 7, strato immediatamente sovrastante la cista 8 dell’anticella A, q. -2.05/ -2.10; al cranio/mandibola 105 m, e forse anche al cranio 106, è inoltre risultato associato il bottone en tortue con perforazione a V (vedi sopra).

- un campione (dal cranio 103) è stato selezionato specificamente al fine di collocare cronologicamente un gruppo di resti scheletrici, tra cui i crani nn. 101-104 e 109-113 nell’area dietro i pilastri megalitici, attribuibili alla US 5 sulla base del giornale di scavo (indicati come US4 nel cartellino, probabilmente perché pertinenti alla US5 ma con la parte superiore coperta dalla US 4); tale cospicuo gruppo di resti ossei era privo di materiali diagnostici, e per lo studio isotopico era fondamentale poterlo collocare nella fase BA1 o BA2;

- cranio ind. 71, in connessione in posizione ben definita, a q. -1.20 /-1.40 dell’anticella, nella US 6;

- cranio 16, collocato a q. -0.78 nella US 4, lo strato più superficiale del cosiddetto ‘nido di crani’, collocato sopra la US5.

 

Le datazioni dei tre laboratori richiedono un breve commento differenziato. Le datazioni provenienti dal CEDAD di Lecce, nonostante abbiano passato positivamente il controllo qualità interno del laboratorio, non sono allineate con quanto atteso sulla base della stratigrafia e dei confronti con fasi di simile cultura materiale nel resto del Mediterraneo occidentale. Infatti, le due datazioni pertinenti a strati campaniformi (LTL6014A e LTL6017A) sono più recenti di almeno 150-200 anni BP rispetto a quanto atteso sulla base delle datazioni precedenti (vedi soprattutto Padru Jossu: Lai 2009, che riporta erroneamente come BA1 lo strato che è invece Campaniforme B, ma anche tra gli altri Giannitrapani 2009 e Zilhão 2016); inoltre, la datazione del Campaniforme B risulta di oltre 100 anni BP più antica di quella che dovrebbe invece essere precedente. Risultano decisamente troppo recenti, sulla base dei confronti con le cronologie di riferimento e con datazioni di siti di simile e affidabile contesto materiale, anche le datazioni relative agli strati pertinenti del Bronzo Antico 1 e 2 (LTL6015A e LTL6016A); infatti, il Bronzo Antico 1 è collocato con sicurezza negli ultimi secoli del III millennio BC, (almeno 500 anni BP prima della datazione ottenuta), e il Bronzo Antico 2 nei primi secoli del II millennio BC (ovvero oltre 200 anni BP prima della datazione ottenuta). Anche in questo caso, i due strati risulterebbero datati inversamente, con quello superiore più antico dell’inferiore.

 

Tab. I – Bingia ‘e Monti (Gonnostramatza), tomba ipogeico-megalitica. Datazioni al radiocarbonio, con dati identificativi, contestuali, dati grezzi e date calibrate (programma Calib REV7.1.0: Reimer et al. 2013).

 

# scavo/ lab. osteol. MSAE (= # MaxPlanck)

Contesto stratigrafico

Fase culturale

# lab. UniCa

# lab. Datazione

Data BP, errore

δ13C ‰

Range anni a.C.

Prob.

Range anni a.C.

Prob.

68.3% probabilità

95.4% probabilità

cranio118-119

US 13, cella B, cista/ zona C,

q. -1.75

Camp. A

611

OxA25341

3917 ± 30

-19.17

2469-2431

2424-2402

2381-2348

0.410

0.241

0.349

2475-2331

2329-2299

0.929

0.071

Fr. ossei indet.

[US 9] ingresso cella B, q. -2.38/ -2.44

Camp. A

 

LTL6014A

3557 ± 40

-29.0

1958-1876

1841-1820

1796-1781

0.793

0.123

0.084

2020-1992

1983-1770

0.057

0.943

cranio105m = JK2844

US 7/ US 8, anticella A/ ingresso, quadr. II (?),q. -2.05

Camp. B

558

MAMS26891

3984 ± 29

-12.4

2564-2532

2495-2471

0.550

0.450

2572-2464

1.000

cranio106

[US 7/US 8] “a contatto con strutt. 8, quadr. III, -q. - 2.10”

Camp. B

 

LTL6017A

3681 ± 45

-20.7

2137-2019

1993-1982

0.933

0.067

2199-2161

2153-1944

0.077

0.923

cranio103

US 4/ US 5,

q. -1.00

BA1

541

OxA25342

3773 ± 31

-19.32

2276-2254

2227-2224

2210-2140

0.206

0.030

0.764

2292-2130

2085-2051

0.945

0.055

cranio ind.71

US 6, quadr. I-II,

q. -1.20 /-1.40

BA1

562

OxA25340

3683 ± 30

-19.18

2134-2078

2063-2028

0.626

0.374

2192-2178

2143-1972

0.023

0.977

cranio ind.71

US 6, quadr. I-II,

q. -1.20 /-1.40

BA1

562

LTL6015A

3125 ± 55

-18.9

1450-1373

1357-1301

0.609

0.391

1504-1259

1243-1235

0.993

0.007

cranio16

US 4, cella B, 'nido',

q. -0.78

BA2

468

LTL6016A

3456 ± 50

-17.6

1877-1840

1824-1795

1783-1732

1719-1693

0.254

0.184

0.374

0.188

1893-1642

1.000

 

 

Per acquisire ulteriori dati utili a chiarire la situazione, e in parte per affrontare il problema sopra citato della collocazione dell’insieme di resti scheletrici all’interfaccia tra Bronzo Antico 1 e 2, si è proceduto a inviare tre campioni all’ORAU di Oxford. I risultati in questo caso si sono dimostrati coerenti con la cronologia relativa della stratigrafia, e in linea con le forbici cronologiche già note per le fasi implicate. Pertanto, allo stato attuale dei dati, tre fonti indipendenti di dati concordano di contro a una serie che non mostra consonanza con la stratigrafia, né con le forbici cronologiche note per le fasi in oggetto.

Anche se improbabile, non si può escludere del tutto, limitatamente al campione LTL6014A, costituito da frammenti ossei di piccole dimensioni, una intrusione da strati superiori, a giustificare la datazione inaspettatamente recente. Ma tale spiegazione è da escludere per le altre datazioni CEDAD non allineate con la stratigrafia, né con le cronologie degli indicatori di cultura materiale, né con le datazioni da Oxford. Non si entra qui nella valutazione dei dati analitici, che potranno essere oggetto di approfondimenti in altra sede[4].

Anche la datazione singola ottenuta sul campione proveniente dall’interfaccia tra US 7 e US 8 e attribuito al Campaniforme B (MAMS26891) risulta di oltre 100 anni BP più antica di quanto atteso; essa coincide quasi esattamente con la determinazione AA64829 della fase Monte Claro di Scaba ‘e Arriu (Lai 2009: 318; sulle fasi del sito vedi Usai 1998), e precede una datazione da Gannì (contesto chiuso Monte Claro: Manunza 2013: 61). Uno scarto di circa 70 anni BP tra datazioni dai due laboratori (Tucson e Heidelberg) è emerso anche in due datazioni da Padru Jossu (cranio52 = USF#9562 = JK2860: AA72153 in Lai 2009 e MAMS26892 in Olivieri et al. 2017), cosa che se da un lato forse indica precisione analitica dall’altro suggerisce la possibilità di una differenza di sistema tra le misurazioni dei due laboratori[5]. In ragione delle incertezze interpretative concernenti cinque su otto datazioni, si auspica un programma mirato di nuove determinazioni in numero consistente, che interessi tutte le UUSS, tale da consentire di identificare anomalie reali e dati statisticamente significativi.

 

DISCUSSIONE (M.P., L.L.)

Ci sembra utile aprire la discussione facendo riferimento ai rituali funerari osservati nelle diverse fasi di utilizzo della tomba. La cista contenente la US 4 (definita dalla sommità rimanente della cella B parzialmente crollata) ha restituito i resti di una cinquantina di crani che testimoniano la presenza del rituale dell'inumazione secondaria durante la fase S. Iroxi (Fig. 4). Identico rituale è stato osservato anche nella tomba di Murisiddi a Isili dove, nel settore antistante la camera funeraria, sono stati esumati due crani che giacevano su una piccola piattaforma di ciottoli che copriva lo strato di crollo della tomba (Perra 2013b). Il medesimo rituale è stato documentato nella tomba XVI ed in altri ipogei di Su Crucifissu Mannu di Porto Torres (Ferrarese Ceruti 1974).

Delle deposizioni rinvenute nella US 5 (fase S. Iroxi del Bronzo Antico 2) solo una è stata rinvenuta in parziale connessione anatomica e riguardava un individuo in posizione semirannicchiata sul fianco sinistro. I resti scheletrici rinvenuti caoticamente dispersi ai fianchi dell'individuo n. 52 sono con tutta probabilità il segno che esso è stato deposto per ultimo nello strato funerario, sgomberando lo spazio dalle precedenti inumazioni e accantonandole caoticamente ai lati (Fig. 3).

Stessa procedura dobbiamo supporre per la US 6, strato di fase Bonnanaro (Bronzo Antico 1), dove gli individui nn. 71 e 76 sono stati deposti per ultimi spostando ai lati e sul fondo le precedenti inumazioni, costume che vedremo applicato anche nelle tombe di giganti di età nuragica (Fig. 6).

Le due fasi campaniformi, osservate l’una sul fondo del sepolcro nella cella B ai lati della cista 10 (ovvero le UUSS 13, 18) e dentro la stessa cista US 10 (US 15), l’altra nell’anticella, nella cista US 8 e nella US 7 che la copre, attestano senza dubbio alcuno il rito della deposizione secondaria e la tumulazione di parti selezionate dei corpi (Fig. 12).

La manipolazione dei resti scheletrici è un fenomeno diffuso durante l'Eneolitico italiano ed è stata interpretata come il risultato di un rituale funerario codificato, riconducibile all’esigenza della comunità dei vivi di certificare definitivamente il passaggio al mondo dei morti e celebrare nel contempo il culto degli antenati in una cornice culturale di grandi cambiamenti (Cocchi Genick 2004).

Diversi anni fa è stata avanzata la proposta di suddividere la facies campaniforme isolana in tre fasi (Lemercier et al. 2007). La fase più antica (Campaniforme Antico) sarebbe riferibile al contesto di Marinaru (Sassari) pubblicato da Ercole Contu (Contu 1954), quella Recente sarebbe rappresentata dal Campaniforme A di Padru Jossu (Ugas 1998). È stata inoltre identificata una fase Epicampaniforme, con evidente riferimento al contesto della necropoli ipogeica di Locci-Santus (Atzeni 1995). L’epicampaniforme di quest'ultimo sito è però un aspetto locale che si rinviene nella regione del Sulcis-Iglesiente, nel cui repertorio vascolare sono evidenti gli stili decorativi piuttosto scaduti e l'innovazione relativa alla comparsa di forme per nulla presenti nelle fasi antica e recente.

La proposta di riconoscere due fasi campaniformi nella documentazione relativa alla tomba di Bingia ʼe Monti, per quanto non verificata in stratificazione verticale ma solamente ipotizzata in base alla giacitura spaziale, trova un immediato riscontro nel contesto di Padru Jossu dove ad un campaniforme decorato della prima fase accompagnato da ceramiche comuni succede una seconda fase (Campaniforme B) con esclusivo repertorio fittile inornato. Se ciò fosse verificato si potrebbe mantenere la proposta di Lemercier et alii (2007) sulla tripartizione in fasi della facies campaniforme isolana, con un aspetto iniziale rappresentato dal contesto più antico della tomba di Marinaru, nella quale si registra l’assenza dei vasi polipodi e la presenza di un bicchiere decorato in stile marittimo. La fase recente potrebbe essere riferita alle fasi antiche delle due tombe di Padru Jossu e Bingia ʼe Monti, mentre il momento epicampaniforme sarebbe evidenziato dalle fasi più recenti delle due tombe suddette e dai contesti locali, regionalizzati, del Sulcis-Iglesiente (ad es. Locci Santus). Apparentemente le fasi più antiche sono localizzate presso le coste mentre le fasi più recenti indicano una progressiva regionalizzazione dell'aspetto campaniforme anche nelle zone più interne. A Padru Jossu la fase A è stata datata 2463-2155 cal. BC, range del tutto compatibile con quello – più accurato – registrato a Bingia ’e Monti (datazione OxA25341: 2475-2299 cal. BC, entrambe 95.4% prob.) mentre per l’epicampaniforme abbiamo date calendariali comprese fra 2461-2152 e 2430-2044 BC (Lai 2009, 318). Le datazioni sono molto vicine fra loro, a conferma di quanto già osservato per le due fasi di Bingia ʼe Monti, e la sovrapposizione è frutto dell’insufficienza della tecnica del radiocarbonio nella distinzione di fasi della durata nell’ordine dei decenni, per lo meno in assenza di numerose date, di una loro manipolazione statistica e soprattutto nel caso di una porzione di curva di calibrazione non favorevole.

Enrico Atzeni (1998: 255) ha proposto che la prima fase di utilizzo della tomba sia da riferire all'orizzonte cronologico Monte Claro sulla base del rinvenimento nella US 9 di alcuni frammenti ceramici di situle ad esso attribuibili. Se così fosse si dovrebbe pensare ad una coabitazione delle comunità portatrici del fenomeno campaniforme con gruppi umani indigeni riferibili alla tradizione Monte Claro, così come le rare datazioni radiometriche sembrano confermare. Tuttavia, i frammenti di situle Monte Claro sono stati rinvenuti in tutta la sequenza stratigrafica della tomba di Gonnostramatza. Pertanto potrebbero anche essere interpretati come intrusivi e presenti nelle varie unità stratigrafiche a seguito di depositi colluviali provenienti dall'insediamento dislocato sulla sommità del rilievo. Il problema potrebbe essere risolto con la promozione di uno scavo estensivo nel suddetto insediamento, volto a verificare fenomeni di coabitazione o di sovrapposizione (Guilaine et al. 2001; Guilaine 2004). Alternativamente, nel caso vi fosse stata una fase funeraria Monte Claro anteriore a quella Campaniforme, essa potrebbe essere rintracciata nei materiali ossei delle UUSS 14 e 16, coperte dalle strutture di fase Campaniforme, nelle quali potrebbero essere presenti resti dell’età precedente, frammisti ai depositi pedologici connessi alla preparazione del terreno per la costruzione della struttura megalitica in età Campaniforme; questo potrebbe essere verificato in futuro con la datazione al radiocarbonio di tali frustoli ossei.

Di proposito si evita di impegnarsi in una discussione ritenuta prematura sulla fisionomia del fenomeno campaniforme sardo in confronto al panorama europeo e mediterraneo, poiché il problema appare molto complesso e l'enigma è lungi dall'essere risolto. Basti pensare che mentre molti degli elementi del set campaniforme rimandano ad orizzonti culturali iberici, del Midi francese e continentali, i bottoni in avorio con perforazione a V dell'ipogeo di Padru Jossu sono ottenuti sia da zanne di elefante africano - bottoni en tortue della fase B -, sia asiatico - bottoni emisferici della fase A - (Morillo Léon et al. 2018; Guilaine in press). La Sardegna appare sempre più, alla metà del terzo millennio a C., come un vero e proprio carrefour di scambi e incontri al pari di altre regioni mediterranee e continentali.

 

BIBLIOGRAFIA

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NOTE

[1] Il progetto “Alimentazione e società alle origini della civiltà nuragica”, finanziato da una borsa per giovani ricercatori della Regione Autonoma della Sardegna (codice CRP1_661), ha consentito di effettuare diverse datazioni: quattro ottenute in collaborazione con l’Università di Cagliari, allora Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente e svolte presso il Laboratorio CEDAD di Lecce con fondi dipartimentali, per le quali si ringraziano Giovanni Floris e Rosalba Floris per la collaborazione; tre ottenute direttamente per conto del borsista L. Lai, presso l’Oxford Radiocarbon Accelerator Unit (ORAU) di Oxford (Regno Unito).

[2] Svolta in collaborazione con il Max Planck Institute, nell’ambito di un progetto di ricerca volto all’acquisizione di dati sulla storia delle caratteristiche genetiche delle popolazioni della Sardegna, co-diretto da Francesco Cucca (Università di Sassari/ CNR Cagliari), Johannes Krause (Department of Archaeogenetics, Max Planck Institute for the Science of Human History), e John Novembre (University of Chicago, Department of Anthropology), tale datazione è già pubblicata in breve nei Supplementary Materials di Oliveri et alii 2017.

[3] Per un campionamento consapevole e mirato, è stato indispensabile lo studio dei resti ossei nel loro contesto stratigrafico, cosa resa possibile dalla collaborazione, oltre che tra gli scriventi, anche di Rosalba Floris e Marco Sarigu, che ringraziamo.

[4] Si richiama qui l’attenzione sui valori δ13C misurati in laboratorio che sono utilizzati per la correzione del frazionamento e quindi per la definizione delle date BP; nel caso di Lecce, questi valori mostrano una notevole variazione. Così come suggerito dai commenti alle datazioni di Tres Nuraghes di Bonorva (Ialongo et alii 2012: 722-723), anche per Bingia ’e Monti si riscontrano datazioni inattese correlate ai valori δ13C: in tre su quattro la differenza tra data prevista e data osservata è correlata in modo lineare con i valori δ13C (non appare allineata con tale correlazione la datazione LTL6015A sull’ind. 71).

[5] Va anche sottolineato che le datazioni di Heidelberg qui discusse hanno numeri di laboratorio consecutivi: cosa che conforta l’idea di un intervallo legato a motivi strumentali.